Etica del dono

È un misterioso oggetto, il dono. Non può esservi un obbligo esteriore di donare, né di provare gratitudine e di ricambiare; ciò che nobilita chi lo compie è infatti che sia un atto libero, e non potrebbe non esserlo. Se vi fosse costrizione nel donare, non sarebbe più un dono; se vi fosse l’interesse di ricevere qualcosa in cambio, non si tratterebbe di un dono anche in questo caso, ma di un affare. La libertà è inerente alla sua stessa essenza.
Ma il dono non appartiene nemmeno alla sfera interiore del dovere morale. Se è un obbligo non solo legale ma morale restituire un prestito, non può esservi un obbligo morale di fare né di ricambiare un dono. Non c’è un motivo per farlo, se non la nostra volontà e la nostra libertà. È questo che lo rende luminoso.

I doni possono essere di due generi: materiali e immateriali. Per quanto riguarda i primi non vi è bisogno di una spiegazione. I secondi possono essere qualcosa come l’amore, l’amicizia, il tempo, la vita. I doni materiali sono sempre, in ogni caso, un simbolo dei secondi; vogliono essere una dimostrazione della nostra intenzione e disposizione d’animo verso una persona o un’altra realtà. Siamo disposti a perdere qualcosa per un Altro che per noi ha un valore superiore. Il vero dono, scrisse Seneca nel De beneficiis, «non si può toccare con mano; tutto avviene a un livello spirituale».
È uno strano gioco. Per avere la nostra soddisfazione, non dobbiamo prendere, ma perdere. In questo modo avremo la prova di chi siamo noi, di cosa siamo disposti a fare e come, per ciò che ha per noi valore.
Come non si può pretendere che il dono materiale venga ricambiato, non si può pretendere nemmeno l’amicizia, che è anch’essa una scelta libera e un dono. Si può arrivare fino all’estremo di donare al nemico, a chi ci rifiuta la sua amicizia, ma sarebbe una pura perdita. Il rapporto tra due persone non può mai essere a senso unico, giacché non sarebbe un rapporto.

Il dono, se accettato, determina comunque una connessione spirituale, che sia riconosciuta o no. Quell’oggetto è ancora presente nella sua casa. Quell’azione ha ancora delle conseguenze sulla sua vita. Il dono è sì libero, ma questa libertà esige di essere provata, attuata. Nel momento in cui il dono accettato non viene ricambiato – nella misura in cui è possibile – è evidente che non vi è disposizione all’amicizia. Ma questa mancata disposizione all’amicizia si configura non come un netto e legittimo rifiuto, bensì come un interessato accogliere il dono nel suo aspetto tangibile e materiale, senza guardare alla realtà interiore di cui è simbolo.
Si sa che nelle società “primitive” la forma originaria dello scambio era il dono, pratica che spesso assumeva i contorni di una sfida, e la vittoria o la sconfitta in questa sfida determinava il rango dei partecipanti. Questa sfida, nella sua forma pura, non dovrebbe presupporre che vi sia alla base del dono l’interesse nella vittoria; ma che lo sconfitto riconosca la superiorità del vincitore con gratitudine, e che questo prenda atto del riconoscimento con benevola amicizia.
Il rango di una persona è dunque sancito da quanto è disposta a donare e da quanto è distaccata rispetto a ciò che possiede. Ma nella pratica del dono non deve cercare nemmeno la certezza del proprio rango, o con questa stessa intenzione lo perderebbe, perché tale “superiorità” non implica l’essere inseriti ai gradi più alti di una gerarchia, ma l’essere quanto più possibile liberi e sovrani.

Come l’atto libero del dono ci dice chi scegliamo di essere – a chi vogliamo donare, cosa, come – e ci assegna una statura, sta a chi riceve riconoscere il valore del dono – e più profondamente: l’intenzione e la disposizione d’animo del donatore. Come si accoglie il dono, se si sa apprezzarne la cura, se si è disposti a ricambiare sinceramente. Anche questo ci dice chi sceglie di essere, per noi, il destinatario del dono.
Nell’amore e nell’amicizia – cioè nei rapporti liberi – ci si pone l’uno di fronte all’altro disarmati. L’Altro sa che è in suo potere tradire il dono della fiducia, perché con lui ci si è privati di ogni protezione. Questo è uno dei doni più profondi, e a maggior ragione dunque lo si può offrire, ma non si può pretendere alcunché in cambio. Nel mondo delle cose più sacre e delicate, nel momento stesso in cui si pretende qualcosa, questa, come un sogno che tentassimo di afferrare, svanirebbe. Così fragile è la libertà.

 

Di Alberto Lodi