La biblioteca, questo tesoro intimo che ci permise di conoscerci

Georges Lemmen, Un uomo legge

 

In piena era tecnologica, le collezioni personali sono diventate oggetto di culto. Cosa dicono dei loro padroni e delle loro ossessioni?

Ciascun esemplare può nascondere un segreto: fiori secchi, vecchie foto, biglietti già scaduti, cartoline; e amore, romanticismo, ispirazione. Alla fine degli anni ’70, Brenda Venus, attrice in erba, comprò un libro che fu di Henry Miller e trovò una lettera manoscritta dello scrittore, all’epoca ottuagenario. Decise di farsela inviare e iniziarono una relazione, dapprima epistolare, che la portò ad essere il suo amore platonico e la sua ultima musa.

L’autore di Tropico del Cancro scrisse alla giovane circa quattromila lettere, che finirono per diventare un libro, nel quale narra i suoi giorni, come se fosse un trentenne appassionato, chiuso nel corpo di un anziano di 84 anni. Cara Brenda: le lettere d’amore di Henry Miller a Brenda Venus fu pubblicato nel 1986, sei anni dopo la morte dello scrittore.

Non sempre la passione, quando ci sono libri di mezzo, giunge a buon fine. Antonio Santa Ana, scrittore e curatore, autore, tra i tanti, del romanzo Gli occhi del cane siberiano – best-seller di letteratura per l’infanzia e la gioventù – racconta che una volta si innamorò della biblioteca di una ragazza, e dovette rompere la relazione con il suo grande amore, quando la padrona si accorse che non era lei l’oggetto del suo affetto, e quindi si adirò.

«Negli anni ’90, me la passavo male. Cominciavo a curare libri, ma mi pagavano malissimo; lavoravo i fine settimana in libreria per pagare l’affitto e mi ero appena separato, così che ero senza casa né denaro. Non avevo facile accesso ai libri più recenti, se non in prestito. E questa ragazza aveva tutto delle edizioni Anagrama e Tusquets e di letteratura contemporanea. Quando fui a casa sua per la prima volta e mi trovai con questa biblioteca, l’unica cosa che voleva fare era leggere. Così andavo a trovarla e iniziavo libri. Lei voleva stare con me, e a me dava un po’ fastidio, perché avevo bisogno di continuare a leggere» racconta.

Chi aveva trovato un rimedio alla tentazione dei visitatori era Alberto Laiseca. Viveva in un monolocale con le quattro pareti coperte di libri foderati di bianco. Ciascun esemplare era numerato e lui annotava il riferimento in un quaderno. «Era il metodo che aveva per trovarli se li prestava o per non prestarli; a nessuno suscitavano curiosità, perché non si vedevano i dorsi. Era capace di essere ossessivo» dice Mariana Enríquez, che racconta che questa fu una delle biblioteche che la impressionarono di più, perché inoltre condivideva molti gusti letterari con l’autore di I Soria.

La Enríquez, autrice di Le cose che perdemmo nel fuoco, uscì una volta a cercare il rifugio librario che credeva che l’avrebbe più impressionata, e ne restò delusa. «L’anno scorso sono stata a Lisbona. In teoria, la biblioteca della Croce Rossa portoghese è fantastica. Ci misi tre ore a trovare il luogo. E poiché non è aperta al pubblico, me la fecero sudare. Finalmente la spuntai, arrivai, era lì. E la verità è che è molto bella, ma ingannevole. Ci sono esemplari antichi, ma niente che richiami troppo l’attenzione. In internet sembrava incredibile, ma di persona non così tanto. In conclusione, è più bella in foto, come una modella» racconta.

«Non c’è niente di più promettente e divertente, e che ecciti maggiormente la curiosità che curiosare nelle biblioteche altrui» dichiara Silvia Iparraguirre, che ha appena pubblicato La vita invisibile, una sorta di diario nella quale ripassa la sua vita attraverso le sue letture.

Laura Wittner, poetessa e traduttrice, era solita condividere questa passione, ma dice che da un po’ di tempo non ha più questa avidità «Mi domando perché, mi dispiace un po’. Mi sorgono due risposte: la prima, più ovvia, è che il tempo passa, noi diventiamo vecchi e le passioni sono differenti. L’altra è che più relativa al fatto che il tempo passa e noi diventiamo tecnologici. Prima non sapevo che libri esistessero, che case editrici, di quali Paesi, tutte queste informazioni erano molto più misteriose e le acquisivo curiosando nelle biblioteche, mentre ora le informazioni si incrociano in internet, senza che le cerchi.» riflette la Wittner.

Quello che condividono invece la Iparraguirre e la Wittner è una memoria fondamentalmente affezionata alle biblioteche famigliari: «Fu decisiva quella della casa dei miei nonni. Qui scoprii la mia curiosità per i libri» dice la scrittrice. La poetessa, da parte sua, ricorda: «Mia mamma e mio papà avevano la loro biblioteca, che stava nel soggiorno, e benché avessi la mia, quella che mi affascinava era la loro. Una volta, a otto anni, mi armai di uno schedario, catalogai tutto con un sistema che mi ero inventata e inserii quali libri ci fossero, in quale scaffale stessero e persino in quale lato.»

Fra le altre gioie trovate, in diverse epoche della vita, e in differenti biblioteche, Santa Ana rievoca come sua esperienza più importante quella in una biblioteca pubblica a Caseros, quando aveva terminato le superiori. «Iniziò la guerra delle Malvine, non riuscivo a trovare lavoro e nemmeno a iscrivermi all’università, per cui passai sei mesi leggendo. Fu una gloria assoluta. Scoprii la letteratura latinoamericana, Mario Vargas Llosa, Alejo Carpentier, Augusto Roa Bastos. Inoltre, in quell’anno Gabriel García Márquez vinse il Nobel, per cui fui molto popolare con le ragazze, perché lo avevo letto per intero», ricorda.

Una di queste grandi scoperte in casa altrui fu L’esorcista di William Blatty, e non chiusi occhio per tutta la notte. Succede anche negli alberghi. Io e Abelardo Castillo scoprimmo, con nostro assoluto piacere, che la biblioteca dell’albergo La Cumbrecita, a La Cumbrecita, Cordoba (della quale ci diedero la chiave), non era solo una grande biblioteca, ma che conteneva quei libri rari e antichi che si trovano poche volte» dice Iparraguirre.

«Andavo prendendo libri dalla biblioteca famigliare in base al dorso o al titolo, senza avere la minima idea di cosa fossero. Così un giorno, a 12 anni, lessi Casa di bambole di Ibsen, capendoci chissà cosa, e un altro un poliziesco di Ross MacDonald. Lessi anche molte volte libri di chimica, che erano di mio padre. E a nove anni imparai alcuni paragrafi a memoria, come chi impara una poesia, con la musica e il ritmo, ma senza avere la minima idea di quanto dicevano» racconta Wittner.

Il profumo di un vecchio libro, che assomiglia un po’ a quello degli amaretti, e il tocco delle pagine ingiallite, che è fragile ma resistente. In tempi di e-book, le biblioteche analogiche continuano a vincere su quelle digitali. Sono lo scenario perfetto per incontrare letture, e anche storie, proprie o altrui.

Di Daniela Pasik, Da Clarín, 18 settembre 2018