E forse sono stato anche troppo buono, a citare Foster Wallace, ma non sono vendicativo, quindi non citerò un celebre titolo di Dostoevskij. Certo è che il pezzo dal titolo significativo di Populismo, sovranità e meme su Putin: nella testa dei rossobruni italiani è un esempio da manuale di antigiornalismo contemporaneo.

Oltre a resuscitare lo spettro del rossobrunismo, che tanto aveva animato il dibattito politico finché la paranoia collettiva non aveva portato la sinistra radicale a cannibalizzarsi con accuse reciproche, si macchia di due gravissime colpe: la prima, e forse la meno grave, è quella della confusione terminologica. Alla fine dell’articolo sembra che chi non abbia capito nulla di quello di cui sta parlando è proprio l’autore, che butta in un calderone fenomeni esistenti, tendenzialmente marginali ma formalmente diversi come i fasciocomunisti e l’alt-right insieme a pagine populiste, sentimento sovranista e nuove tendenze politiche di massa, senza nemmeno capire quale possa essere il trait d’union reale.

La risposta è solo abbozzata (e più di una volta: è la destra camuffata! È il machismo putiniano! È il campismo geopolitico! Anzi no, è la Barba-Di-Dugin!) e non esaustiva, e questo per un motivo chiarissimo, ovvero che esistono due tipi divergenti di caccia al rossobruno: il primo è quello (tutto sommato legittimo, benché paranoico) della sinistra radicale che, erede di un passato in cui il PCI prendeva il 74% nel quartiere degli Offlaga Disco Pax, aveva quindi paura delle infiltrazioni e atti provocatori (reali e storicamente documentati: vedi Operazione Manifesti Cinesi) ad opera dell’estrema destra sotto il patrocinio delle classi dirigenziali. Oggi che la sinistra radicale si presenta agli occhi dei più come un ambiente esploso e minoritario, viene da sorridere nel vedere come uno Scuderi già anziano, sei anni fa di fronte a una platea di poco più di dieci persone, gridi alla necessità di difendersi dalle “infiltrazioni borghesi nel partito”. Ad ogni modo, benché separato da un sano metodo di analisi del tessuto sociale e da qualsivoglia presa di posizione strategica (per questo ci sarebbe bisogno del Movimento, che a sinistra non c’è più dagli anni ’90), questo tipo di accusa ha ancora un solido legame con i termini politici. Rossobruno a sinistra significa ancora qualcosa: un fascista infiltrato, un fascista che fa finta di essere comunista. Benché, come ci ricordava qualcuno, oggi i veri post-fascisti sono a ramazzare poltrone in giro per l’Europa invece che a infiltrare i partiti dello zerovirgola, c’è ancora qualcosa di concreto (ancorché naif e passatista) nella caccia alle infiltrazioni da parte dei commissari politici di un soviet ormai scomparso.

Il secondo tipo di caccia al rossobruno invece non gode di alcuna dignità, ed è quello di Vice. Quest’ultima è la caccia liberale al rossobruno. Nell’articolo di Vice non vi è nemmeno il tentativo di dare una definizione al concetto di rossobrunismo. Si parla di brodi di coltura, di ambienti segretissimi, di complotti spaventosi volti a sovvertire l’ordine democratico. La verità è questa: come nei testi di Giovanni Savino, preziosissimo intellettuale citato dall’articolo, regna la confusione dell’opinione di seconda mano, così per Vice, che non è un giornale neutrale, non è possibile la neutralità dello sguardo (che comunque non è mai possibile cari amici, tanto per darvi una lezione di sano relativismo). Rossobruno qui diventa tutto ciò che spaventa contemporaneamente i liberali: populisti, sovranisti, fascisti (del terzo e del secondo millennio), comunisti un po’ troppo incazzati con la società dei consumi, l’alt-right americana ma anche i gentisti, il Movimento Cinque Stelle, i seguaci di Sgarbi (sic!) e tutti quelli che credono all’esistenza di George Soros, che non è che è un po’ meno colpevole di quello che si dice negli ambienti complottisti, ma è proprio un’invenzione! Non è mai esistito! E se è esistito si dedica solo alla beneficenza, come fanno tutti i padroni, di solito. Ora, lungi da noi paragonare tutti questi ambienti sopra citati, che sono chiaramente latori di etiche e linguaggi diversi. Il problema è proprio a monte, cioè che la sinistra (che già non sta troppo bene di suo, più o meno dalla fine della grandi narrazioni, e grazie anche a Popper, amico e maestro di George Soros) debba dover dare credito al giornaletto adolescenziale che propone il precariato giovanile e la fuga verso la realtà virtuale come le svolte auspicabili del secolo. A tal proposito immagino che i suoi vecchi redattori saranno stati felicissimi di perdere il lavoro alla prima richiesta di diritti sindacali.

La vera seconda colpa dell’articolo è proprio metodologica, o dovuta alla cattiva fede o alla botta che ha preso il redattore cadendo dal seggiolone da piccolo, ma per la stima che abbiamo nei suoi confronti propendiamo per la prima: l’articolo scritto in seguito a un’intervista approfondita è completamente divergente con le mie affermazioni! È raro che ogni dichiarazione possa venire riportata, ma questo articolo presenta una discordanza più unica che rara tra quanto detto e quanto riportato, e per questo vogliamo sottoporvi l’intervista completa in seguito a questa (forse troppo lunga) introduzione.

Voglio concludere con una considerazione: io ho un grande rispetto per la storia politica della sinistra, che è spesso stata una storia politica di emancipazione e miglioramento socio-economico. Essere né di destra né di sinistra non vuol dire essere contro la sinistra tout court. Quello che però dovrebbe risultare chiaro è che il comunismo scientifico marxista è divenuto pericoloso per i padroni nel Novecento in quanto ha dichiarato risibili e inesistenti le faglie politiche parlamentari (in altre parole, la divisione eterna tra destra e sinistra) in vantaggio della lotta politica delle classi. Come le guerre tra poveri (esempio tra tutti, lavoratori nazionali contro lavoratori immigrati), le guerre tra partiti liberali sono guerre di carta: sono create artificialmente, consciamente o inconsciamente, dalle classi dominanti. È solo il conflitto per il predominio strategico dei gruppi che si avvantaggiano del sistema strutturale vigente, ma con queste guerre dei bottoni non viene intaccato il linguaggio dei dominanti. La comprensione dell’esistenza di un paradigma conflittuale diverso da quello proposto dalle classi dominanti è l’idea rivoluzionaria del tempo presente, ed è quello che propone il comunitarismo. Un nuovo linguaggio per degli uomini nuovi.

Orazio Maria Gnerre
L’Editore

L’intervista completa

Raccontami la storia che ti ha portato all’impegno in politica, sia dal punto di vista ideologico che nella pratica. Qual è il tuo retroterra e quali sono i tuoi riferimenti culturali? Quali gli autori che più ti hanno influenzato nella tua formazione filosofica e politica?

È difficile definire un vero e proprio “momento iniziale”. Ho cominciato ad interessarmi alla politica nella sua accezione culturale (“metapolitica” si dice in questi ambienti) all’età di dodici anni, e questo anche grazie a un retroterra familiare che potremmo definire “conservatore”. Le prime letture sono state quelle della cosiddetta (impropriamente) “nuova destra”, ovvero il movimento culturale inaugurato negli anni ’70 in Francia da Alain de Benoist. Già verso i quindici anni però avevo iniziato a leggere i teorici comunisti della Terza Internazionale, gli scritti di Fidel e del Che… Personalmente posso dire con chiarezza che l’ambito culturale conservatore porta con sé tutta una serie di principi che tutt’oggi condivido: il senso di appartenenza, il concetto di cultura e di memoria storica… D’altro canto la critica alla post-società contemporanea non è che l’erede di quella inaugurata dalla “parte sinistra della modernità”, che secondo me è il momento fondamentale dell’autocoscienza comunitaria. Parlo di tutti quei movimenti politici (anarchismo, socialismo, comunismo…) che hanno avuto il coraggio di ripensare la natura fondamentale dell’uomo contro quella fondata su diseguaglianza e subordinazione proposta dalla società liberale.

Raccontami la storia di Millennivm e com’è finita, e cosa stai facendo adesso.

Millennium nacque innanzitutto come un circolo culturale prima locale e poi nazionale con il quale iniziammo anni or sono a rapportarci in maniera innovativa a tutta una serie di temi che oggi sono di pubblico dominio nella discussione politica: innanzitutto la questione geopolitica, che oggi è all’orecchio di tutti grazie al fatto che la stampa si è finalmente accorta delle complesse meccaniche della politica internazionale e dell’esistenza di un conflitto reale tra (almeno) due vettori di interessi strategici; in secondo luogo il discorso teorico-politico, partendo dall’esaurimento del ruolo storico (ma non della loro eredità culturale, attenzione) di destra e sinistra come serbatoi di senso per la contemporaneità, in margine alla nuova politica postmoderna (e questo prima che fenomeni come il Movimento 5 Stelle rilanciassero questa tematica), fino ad arrivare al discorso secondo noi fondamentale del comunitarismo; il problema della crisi (innanzitutto di autorappresentazione) dell’Europa e del suo futuro. Su quest’ultimo problema, a nostro avviso, tutti i partiti europei, nessuno escluso, navigano a vista, e questo perché non hanno né obiettivi a lungo termine né una visione concreta del fenomeno di trasformazione globale in atto. Il problema della transizione a un positivo assetto multipolare della globalizzazione (contro lo “scontro di civiltà” verso cui invece stiamo venendo trascinati) era sia il punto di partenza del nostro discorso che quello di arrivo. Purtroppo pare che l’attaccamento all’idea di globalizzazione unipolare (ovvero fondata sul ruolo del mercato e della centralità dei valori occidentali) da un lato, e quella allo stato nazionale (una forma politica che non può reggere il confronto con l’età attuale del pianeta e dell’umanità) dall’altro accechino le classi dirigenti del Continente. Eravamo dell’avviso, e lo siamo tutt’ora, che l’Europa come concetto e come spazio politico non vada “salvata”, ma vada rifondata, contro spinte centrifughe e abdicazione in favore della “grande alleanza translatlantica” con gli USA.

Queste nostre idee hanno portato diversi gruppi, sigle e identità politiche differenziate a confrontarsi con noi. Ovviamente essendo idee espresse con toni “massimalisti”, gli ambienti sono stati quelli cosiddetti “radicali”. In questo senso abbiamo pagato un momento di evidente immaturità politica, e abbiamo preferito prendere momentaneamente una pausa dalla prima linea. Millennium però è stato un esperimento culturale prolifico, benché spesso frainteso, che ha gettato le basi innanzitutto teoriche di un confronto innovativo ed ha creato sottotraccia un nuovo linguaggio. Un esempio di questo è stata la nostra visita in Donbass durante i primi giorni della guerra civile: la prima volta che la stampa nazionale ne ha parlato è stato quando noi siamo arrivati lì, ed è stata costretta a farlo con le nostre parole d’ordine e i nostri comunicati. Una vittoria mediatica.

Le identità politiche del Novecento non sono più spendibili, il loro senso politico si esaurisce nell’orizzonte temporale nelle quali si sono consumate. Un conto è leggere Gramsci, altro è evocare la riedificazione dell’Unione Sovietica così com’è stata dal ’17 al ’53… Se qualcosa di buono ha fatto Millennium è stato quello di creare una nuova coscienza politica in persone che avevano precedentemente militato nella destra o nella sinistra radicali.

Dal punto di vista politico, come ti definiresti? Spiega il significato del termine e la sua derivazione.

Comunitarista. O, meglio, comunitarista europeo. Il concetto di “comunitarismo” è chiaramente già stato utilizzato in moltissime varianti (di sinistra, centro e destra) durante la storia politica della modernità, e lo ritroviamo dai communitarians anglosassoni, al socialismo gildista di due secoli fa, a filosofi come Alasdair McIntyre, a pensatori post-comunisti come Costanzo Preve. Tutti questi a mio avviso hanno abbozzato un discorso che noi vogliamo portare a compimento sotto il profilo teorico e che necessita di una prassi politica. Il comunitarismo è innanzitutto un’antropologia, e una delle uniche due antropologie possibili. A mio avviso la modernità, come fenomeno incompiuto inaugurato dalla crisi del rapporto tra l’uomo e i suoi prodotti (la tecnica, l’economia basata sull’accentramento di capitali…), non si è ancora risolta, e si è spartita in due tronconi filosofici: il primo è quello liberale, fondato sull’antropologia individuale, per la quale l’essere umano è riprodotto secondo una matrice unica, ha sempre gli stessi attributi ed è dotato di una libertà formale infinita; il secondo è quello comunitarista, fondato su un’antropologia comunitaria (di cui possiamo trovare un antesignano ad esempio nell’ontologia dell’essere sociale di Lukacs). Ora – qui l’elemento chiave della teoria – il liberalismo, nel processo dialettico della modernità, si è affermato come “negativo storico”, conquistando quasi tutto il campo, attraverso la norma biopolitica e fino al livello cognitivo. Il suo risultato reale è quello dell’estinzione dell’autorappresentazione umana attraverso la “macchinizzazione” del mondo, poiché, come autori come Foucault ci hanno insegnato, l’individuo in realtà non rappresenta nulla, men che meno l’uomo o la sua libertà reale. Facendo questo, il liberalismo ha spazzato via quasi completamente ogni forma di “comunitarismo primitivo”, ovvero di appartenenza alla vita comunitaria inconsapevole: parliamo quindi delle appartenenze etniche, religiose, locali nelle quali si perpetua “conservativamente” il modello antropologico comunitario in maniera primordiale, simbolica. Il comunitarismo quindi assume i tratti nella modernità di una coscienza storica che si determina dialetticamente dal confronto con la negazione liberale della natura dell’uomo e dall’identificazione consapevole di un paradigma comune che agisce sotto tutte le “comunità primordiali”. I fenomeni politici antiliberali che dalla rivoluzione industriale e dall’accumulazione primitiva (cioè il momento in cui secondo Marx sono state espropriate le terre ai piccoli proprietari, gettando le basi per l’accumulazione capitalistica) vanno fino alla fine del XX secolo, comprendendo anche le tendenze anticapitaliste no-global del XXI secolo, sono per noi tappe, spesso confuse, a volte di retroguardia, del movimento di autocoscienza comunitarista. Per noi l’uomo riesce ad essere sé stesso solo quando vive in comunità, ovvero si autorappresenta attraverso una categoria generale (anche quando decide responsabilmente di trasgredire alle norme di questa categoria) e vive in un progetto condiviso. In altre parole: l’uomo è sé stesso solo quando riesce ad essere più di sé stesso. Il comunitarismo, giunto al livello ultimo della sua autocoscienza, deve proporre all’uomo il massimo grado di libertà reale con il massimo grado di autorappresentazione possibile. Cioè, deve garantire all’umanità di specchiarsi in sé stessa e autocomprendersi. Questo può succedere solo con l’appello finale uomini di tutto il mondo, unitevi! lanciato contro la deumanizzazione di un mondo sempre meno a misura delle persone che ci vivono. Solo rispondendo alla domanda chiave su sé stesso l’uomo potrà entrare in un rapporto libero con i suoi prodotti, che ora sembra non riuscire a controllare (oltre alla religione del mercato finanziario che sembra non avere argini a trattenerla, penso alle nefaste conseguenze della produzione non coordinata che ci porta sull’orlo del disastro ambientale). Questo punto d’arrivo, necessario per il terzo millennio per l’uomo che altrimenti non ne vedrà un quarto, sarà anche la conclusione positiva della modernità, intesa come epoca di transizione, che ne avvererà tutte le promesse migliori, sintetizzabili come la fine dell’alienazione umana (l’Eticità di Hegel, il comunismo di Marx…). Qui si comprende come il percorso del comunitarismo è anche il percorso della filosofia, ovvero del pensiero europeo. Il comunitarismo è europeo perché vuole inserire l’Europa nel processo di transizione verso una nuova globalizzazione dove i grandi spazi delle civiltà storiche (Africa, Asia, Civiltà russa, America Latina…) possano autocentrarsi e cooperare pacificamente ad un diverso ordine globale, ed anche perché la storia della filosofia è la storia della riflessione sulla natura (comunitaria) dell’uomo. La filosofia è l’Europa. D’altronde Popper, che porta alle estreme conseguenze le premesse liberali, identifica come primo nemico Platone. Se è vero poi che la filosofia è una “glossa a margine di Platone”, diviene chiaro come la battaglia per il futuro del mondo è quella tra liberalismo e filosofia o, ancor meglio, tra liberalismo e linguaggio. Senza dilungarmi, il linguaggio è la base sia della natura comunitaria dell’uomo che, comparato filosoficamente (come da parte di Chomsky), del riconoscimento dell’unità della natura umana. Per Heidegger esso è la casa dell’Essere che si esprime attraverso le comunità. Comunità è linguaggio.

Come ti poni rispetto alle idee di Dugin, cosa condividi e cosa no, e perché?

Con la casa editrice NovaEuropa, che pubblica il pensiero comunitarista e le opere teoriche che gli vengono in aiuto, abbiamo pubblicato “La quarta teoria politica” di Dugin, che è un testo molto importante. Conosco personalmente il Professore ed ho avuto modo di parlare con lui più volte ed invitarlo in Italia. Detto questo, ci sono diversi elementi che distanziano il pensiero di Dugin dal mio o da quello del comunitarismo europeo. Il primo tra questi è la chiave di lettura del fenomeno moderno. Per Dugin la modernità è costituita da tre soggetti politici: il liberalismo, il fascismo e il comunismo. Tutti e tre questi soggetti sono negativi e devono essere superati dalla tradizione primordiale (così come per gli autori del tradizionalismo radicale). Per noi questa visione è particolarmente limitata, rispetto alla storia della modernità. Mi risulta difficile anche considerare il fenomeno totalitario come diviso in teorie differenziate, o solo in due teorie. Molti storici del pensiero non sarebbero assolutamente d’accordo con questa premessa. Detto questo però – e passiamo agli elementi positivi – la teoria di Dugin è favorevole a un approccio “pluriversale” alle chiavi di lettura, dato che ogni punto di vista ha la sua verità. Se è vero che la storia dell’Europa è descritta dal fenomeno di autocoscienza comunitaria, la visione che l’Oriente ha della storia del mondo è differente. Un punto di vista differente modifica gli effetti osservati, pur se si osserva un medesimo fenomeno. La lettura di Dugin può essere corretta per la civiltà russa, ma sarà la storia a determinarlo. Dal canto nostro, per riprendere Ferretti, “siamo europei, abbiamo delle responsabilità storiche”, e la prima responsabilità è nei confronti della modernità, che è un nostro prodotto e che dobbiamo portare a termine.

Per il resto con Dugin condividiamo l’adesione al progetto multipolare (indetto dalla riflessione di Carl Schmitt sul destino del mondo e portato avanti dai BRICS) e il recupero delle tematiche heideggeriane, ma non siamo (per adoperare un termine ormai abusato) “eurasiatisti”, bensì veri europeisti.

Come ti poni – a livello ideologico e di pratica politica – rispetto alla galassia rossobruna?

Risaputamente uno dei maggiori fraintendimenti nei confronti di Millennium è stato quello riguardante il “rossobrunismo”. Mi tocca ricordare che il termine fu coniato negli anni ’30 per riferirsi a quei miliziani delle SA naziste che avevano avuto trascorsi politici nel KPD. Noi abbiamo sempre rifiutato l’etichetta, visto che, nel migliore dei casi, questo termine vuole far riferimento al nazionalbolscevismo. Ora, come ogni fenomeno novecentesco, il nazionalbolscevismo non ha più nulla da dire all’uomo del XXI secolo, ma era il parto coerente della rivista anti-hitleriana “Widerstand” le cui teorie trovarono esito logico (come nel caso di Niekisch) nella partecipazione alla politica della Germania dell’Est nel dopoguerra. Ho letto su riviste come Contropiano che il termine vorrebbe riferirsi all’interclassismo o al recupero dell’eredità del fascismo di sinistra… Ora, se proprio ci tenete, vi rassicuro: per noi il Novecento è morto, e la lotta di classe è viva. Non c’è altro da aggiungere.

Come ti poni – a livello politico – nei confronti della cultura internet che è stata il brodo di cultura e una delle forme di espressione della alt-right americana?

Il fenomeno dell’alt-right è a tutti gli effetti un esito della modernità liquida nella quale viviamo, e sento di poter affermare che non ne condivido proprio nulla. L’alt-right si fonda a tutti gli effetti sul classico comportamento prevaricatorio, elevandolo all’ennesima potenza attraverso il mezzo per eccellenza del bullismo contemporaneo, che è il web. Ho studiato abbastanza l’alt-right per aver capito che le sue tematiche principali sono il nazionalismo bianco (sulla cui idiozia non c’è nemmeno bisogno di dilungarsi), la difesa della società capitalistica (purché di stampo nazionale) e del successo personale dei “vincenti”. Poi che coloro che portino avanti queste idee sono nerd in età avanzata che versano in condizioni di semi-indigenza fa comprendere la sindrome di Stoccolma che vige abitualmente nel capitalismo avanzato. L’unico elemento da tenere in conto è che, come ogni bullo che si rispetti, i riproduttori del linguaggio dell’alt-right sono una forma di emarginati dai centri rappresentativi della società. Dopo l’elezione di Trump avvenuta anche grazie alla loro influenza possiamo dire quindi che oggi è possibile un certo tipo di contro-egemonia rispetto al linguaggio dominante. Peccato che questa sia l’alt-right…

Pensi che esista una alt-right italiana? Ha senso parlarne e provare a definirla, a tuo avviso?

Secondo me sì. Bisognerebbe far riferimento non tanto ai forum quanto ai social, e nello specifico a pagine come “La Via Culturale”, “Sinistra Cazzate e Libertà” ecc. Indicativo da parte loro sia l’uso dei meme (che comunque non sono una colpa in sé, ma una forma espressiva come un’altra) che le tematiche. L’appoggio ai partiti sostenuti da Bannon e Breitbart da parte di queste pagine e la fissazione maniacale per il fenomeno migratorio penso che comunque siano gli elementi decisivi per la valutazione.

Spiegami l’evoluzione e lo stato dei tuoi rapporti con gli esponenti politici di quella galassia che possiamo definire “rossobruna” (tutti quei gruppi che ti avevo nominato qualche tempo fa).

Non ho rapporti diretti con questi ambienti. Poteva essere un elemento di contatto almeno il discorso internazionale (che nel loro caso si declina nell’ammirazione incondizionata per Vladimir Putin), ma il sostegno a Trump, la strisciante paura della Cina, la dimenticanza colpevole dell’America Latina mentre viene devastata dalla controrivoluzione liberista e l’esplicita islamofobia (credo che buona parte di queste pagine prendano nettamente posizione a favore di Al Sisi ad esempio) ci allontanano completamente.

Qual è il tuo giudizio politico sull’ondata populista globale?

Potrà far sorridere, ma è lo stesso di Papa Francesco espresso nell’intervista a El Pais: siamo di fronte a un fenomeno bifronte. In generale ritengo che sia una cosa positiva che il linguaggio politico viri verso una radicalizzazione, visto che fino a qualche anno fa parlavamo solo di idiozie come l’importanza del garantire la democrazia dei partiti attraverso le primarie, dal PD a Fratelli d’Italia. Oggi finalmente si torna a parlare di lavoro e di partecipazione popolare. Il problema però è nel metodo. Il populismo oggi non è un’ideologia, ma l’espressione che si usa per descrivere la pratica demagogica. Questa è un riflesso di due cause: la prima è la crisi economica e della distruzione della casse media da parte del grande capitale (una delle fasi di accentramento previste anche da Marx), per cui oggi la gente pretende promesse molto più sostanziali di quelle di qualche anno fa. La seconda è che, in fondo, nessuno crede più alla democrazia rappresentativa, specie nell’era di internet (una rivoluzione tanto quanto quella della stampa per la democrazia borghese e della radio per la democrazia di massa), ed è questo il motivo per cui, per far esprimere un voto all’elettore che altrimenti se ne starebbe a casa, nell’epoca dell’astensione crescente, bisogna inscenare il teatrino di una guerra civile, tra candidati fascistissimi e candidati antifascistissimi, come nel caso delle ultime elezioni americane. Se così non fosse stato, chi sarebbe tornato a votare?

Nei casi specifici: Brexit, Trump, Siria, Macron-Le Pen. Quali sono le tue posizioni al riguardo e perché? Se sono simili alle posizioni di forze e movimenti politici che potremmo definire di destra o rossobruni, dove sta la differenza?

Brexit-Trump (da considerarsi come fenomeno unitario) è la dimostrazione che l’elettorato vuole promesse forti e ha un bisogno reale di autonomia e leadership, che declina con la narrazione sciovinista. Non voglio essere frainteso: per me il senso di identità culturale è molto importante, ma in questo caso è stato deviato coscientemente verso la xenofobia per fare in modo che i perdenti della globalizzazione liberista non si rendessero conto di chi fosse il loro vero nemico. E difatti, dopo tante promesse, ci rendiamo conto di che cos’è davvero il nazionalismo inglese e quello americano: il tentativo di salvare gli interessi delle classi dominanti a fronte di un mondo in trasformazione, senza però intaccare il dogma dell’unità dei mercati. In fondo era quello che diceva anche Adam Smith nell’epoca del mercantilismo: protezionisti all’interno, liberisti all’esterno. A tal proposito, nel caso francese, non dubito che la Le Pen riprodurrà esattamente questo modello in Francia, se dovesse venire eletta. Le mie simpatie erano tutte per Melenchon. Come lui, però, non esprimerei mai un voto per Macron.

Sulla Siria il discorso è questo: oggi molti in Europa, a destra, interpretano il conflitto siriano come una battaglia di un governo non meglio definito da sostenere come argine all’Islam (più o meno radicale). È la riproposizione della cultura teocon con altri mezzi. Il problema invece per noi si pone così: siamo contrari all’ingerenza occidentale in Medio Oriente e nel Mondo Arabo, e questo a fronte delle strategie peraltro pubbliche che gli Americani sostengono di perseguire in quelle aree. Ognuna di queste prevede il caos, e il caos porta nell’immediato le guerre civili e decine di migliaia di morti. Possiamo fare qualsiasi critica umanitaria al governo di Assad, ma non reggerebbe un attimo nei confronti degli interessi espliciti che perseguiamo in Medio Oriente sulla pelle dei suoi popoli.

Come ti poni politicamente riguardo alla situazione politica italiana?

Penso che sia la cartina al tornasole del nostro discorso: destra e sinistra non esistono più e il partito egemone è un partito liberale.

Che rapporti – politici e ideologici – hai con le forze politiche più radicali (a destra e sinistra) in Italia? Cosa vi accomuna e cosa vi separa?

I rapporti che avevo con appartenenti a questi ambiti politici si sono sviluppati, se queste persone sono evolute ad un altro livello di coscienza storico-politica, e sono stati lasciati decadere se non è stato intrapreso alcun percorso di riforma ideologica. I cosiddetti estremisti oggi sono nella totalità assoluta dei casi coloro che non vogliono fare politica ma memorialistica, oppure vittime di un linguaggio che non comprendono a fondo. Ne capisco il loro desiderio di totalità, ma non ne condivido il resto. Oggi la battaglia è molto più intensa, non si può perdere tempo dietro ad ambienti marginali.