Orazio Maria Gnerre – Verso un mondo multipolare

Pubblichiamo qui l’intervento di Orazio Maria Gnerre nella nostra ultima edizione Il mondo verso un futuro multipolare (NovaEuropa Edizioni 2018, 16€) come introduzione alla tematica del multipolarismo e della transizione epocale che il mondo sta vivendo in questi ultimi anni. Buona lettura!

 

Il convegno “Il mondo verso un futuro multipolare” nacque come format annuale nell’ormai lontano 2013, con una giornata di lavori che ne anticipava già le modalità e l’orientamento di fondo, “L’Africa verso un futuro multipolare”, organizzata in Campania. Sebbene il convegno trattasse specificamente dell’Africa intesa quale grande spazio (geopolitico, morfologico, sociale, di civiltà, come zona economica di sussistenza autonoma e così via), le tematiche che verranno proposte di lì a poco ne “Il mondo verso un futuro multipolare” erano già tutte presenti. Il problema che ci si era posto, insieme a tutti i ricercatori e gli intellettuali che presero parte al convegno era in fondo quello della necessità di un cambio di paradigma per una corretta visione del presente, che nello specifico e in questo caso corrispondeva ai disastri umanitari africani dimenticati dall’opinione pubblica mondiale. L’Africa della quale iniziammo a discutere era il punto di partenza che, all’interno della nostra teoria in via di elaborazione, e come in una rete cognitiva, rappresentava un nodo sciolto il quale il sistema-mondo le sarebbe venuto dietro. L’analisi del problema africano corrisponde concretamente al porsi il problema meridionale universale, quello che in un’altra era politica si sarebbe chiamata la “questione del Terzo Mondo”. Il multipolarismo, che è una teoria globale (sia nel senso spaziale che ermeneutico), non solo non può prescindere da questo punto, ma da questo punto prende le mosse. Questo vuol dire innanzi tutto – e come spesso è accaduto in questa ultima decade – che abbiamo anticipato tutta una serie di problemi di cui l’opinione pubblica si è accorta solamente quando il treno della storia è giunto al capolinea. Penso, per fare degli esempi concreti, all’esplosione delle linee di faglia in Africa centrale, allo smembramento delle capacità integrative socio-economiche del continente dopo l’intervento occidentale (ma sarebbe meglio dire nordico) in Libia, alla manifestazione di determinati tipi di radicalismo post-“primaverili” come Boko Haram, all’acuirsi della crisi migratoria, dovuto a nostro avviso all’impostazione economicamente neocoloniale della destra e culturalmente neocoloniale (credo che in quegli ambienti piaccia più dire “post-coloniale”) della sinistra dei paesi cosiddetti sviluppati. In secondo luogo, e partendo esattamente da questo tipo di problemi, già per loro natura diramati globalmente senza soluzione di continuità, la presa di coscienza che è derivata dal trattarli è stata quella per cui l’Africa rappresenta il mondo all’interno del caos transitorio uni-multipolare. Il prof. André Martin dell’Università di San Paolo, con cui ho avuto il piacere di discorrere approfonditamente, sviluppatore della teoria neo-meridionalista per la transizione dell’America Latina ad un nuovo ordine multipolare, ben sottolinea con la sua opera come la battaglia tra nord sviluppato e sud sottosviluppato (nei termini ideologici della crescita esponenziale, ma anche in quelli più concreti dell’edificazione infrastrutturale) e quella tra centro e periferia (che già combaciavano quasi simmetricamente nel secolo precedente, come considerato dai maoisti europei), vengono dilatate, estese e ridefinite proprio all’interno della transizione uni-multipolare, fino a costituirne il nucleo sostanziale che ovviamente, da un punto di vista più ampio, non è unicamente politico nel senso tradizionale del termine (non ponendoci qui il problema dell’estensività dell’ambito del politico). Se studiando altri teorici del multipolarismo come concetto individuiamo più vettori e ancor più ley line del percorso di emancipazione multipolare (orizzontale-meridionale, verticale-eurasiatico, ancora orizzontale-grandeuropeo, puntuale-discontinuo…), non possiamo non notare infine che il conflitto in questione può essere percepito quasi come un assedio del mondo intero all’Occidente, culla teorica dell’unipolarismo, nonché dei grandi spazi nella loro interezza ai centri sub-imperialisti regionali (il caso dell’Asse della Resistenza mediorientale contro determinati centri di gravitazione politica in Medio Oriente sarebbe emblematico). Ancora più in fondo, l’astrazione sempre più accelerata dell’accumulazione di risorse strutturali e cognitive da parte dei dominanti lascia periferici al centro sempre più ineffabile del controllo globale in un certo senso anche gli stessi Stati Uniti, piattaforma strategica assediata e talassocraticamente assediante dell’unipolarismo, nei loro momenti residuali di statualità e autopercezione collettiva: esercito, pure usato come strumento di affermazione super-imperialistica (ma nella guerra di quarta generazione non più di altri mezzi, a volte considerati comunemente soft), popolo e pubblico come autorappresentazione del popolo (il “pubblico” peraltro sempre utilizzato in fasi di apertura imperialistica, come durante la Guerra al Terrore, ma sempre di più difficile utilizzo in momenti di autorappresentazione dal basso, perché sempre passibile, dal ’45 in poi e con sempre maggiore intensità, di reductio ad hitlerum). Il punto qui è che la battaglia per l’affermazione di un sistema multipolare rappresenta sia un momento della lotta topografica tra centro e periferia, che il livello più alto e mondiale della dialettica verticale tra servo e padrone. Non può essere un caso, se non per gli osservatori inattenti o per i latori di ideologie sclerotizzate, che l’accentramento dei capitali vada di pari passo con quello non (solo) politico ma (comunque) effettivo del mondo.

Abbiamo detto che l’Africa, il Sud per antonomasia, è il punto di partenza. Potremmo dire più propriamente che è uno dei punti di partenza. Nello specifico: il punto di osservazione dal quale possiamo partire per prendere in analisi la situazione attuale del mondo, sia nel suo essere determinato che nel suo dover-essere etico (oltre che nel suo poter-essere, anche nella possibilità del peggio), e quindi nel suo esserci storicizzante, non è che il nostro, cioè quello europeo. L’Africa, che peraltro è il nostro prossimo, sia in senso geografico che evangelico, rappresenta quello spostamento della visuale che apre la prospettiva, e permette una visione tanto ampia da astrarne un modello interpretativo del reale. È nel rapporto Europa-Africa all’interno del sistema-mondo che possiamo comprendere la necessità della svolta multipolare, e le modalità con cui comprenderla e impostarla.

Ben sappiamo come l’unipolarismo sia quella fase inauguratasi formalmente dopo la fine (peraltro apparente, e sarebbe più corretto definirla riformulazione) del conflitto bipolare. Ma se è vero che questo nuovo ordine mondiale (per usare la definizione di Bush senior) non si è realizzato completamente e istantaneamente, tanto da far parlare qualcuno di unipolarismo imperfetto, possiamo ben comprendere come l’unipolarismo in sé sia più che una costatazione geopolitica, quanto un’entità ibrida tra un wishful thinking e una teoria. Ma se il wishful thinking può sembrare meno pericoloso della teoria iterativa dichiarata, negli Stati Uniti, patria dell’eccezionalismo provvidenziale, magicamente queste due cose convergono sempre. Sebbene l’era dell’autoconvincimento della giustizia intrinseca al Popolo americano stia finendo stesso nel suo spazio domestico (e questo non è necessariamente un bene assoluto, se consideriamo l’avanzamento di un determinato tipo di cinismo nichilista proprio della degradazione del liberalismo nella sua fase finale di sviluppo), si è appena fatto in tempo a dire che il mondo chiedeva agli Stati Uniti un ruolo guida per le sorti delle nazioni, che era stato contemporaneamente elaborato un piano militare per piegare il caso alla volontà della superpotenza atlantica. In parole povere, è lo stesso fenomeno per cui il Popolo iracheno era sia contentissimo (a detta dei media occidentali, che trasmettevano a tutto spiano le immagini delle statue del tiranno tirate giù dalla popolazione civile) della liberazione dal dispotismo baathista da parte della Democrazia essenziale, gli USA, che intrinsecamente cattivo (concezione tipicamente neocon) dato che praticamente e innegabilmente operava la resistenza armata irregolare contro i marines. La pratica unipolare è sia per l’appunto nuova, in rapporto a una modificazione se non altro percepita dei rapporti di forza tra grandi potenze, che antica, almeno quanto l’accerchiamento del blocco sovietico (quindi sino-russo in fase di conflitto uni-multipolare con la strategia dell’anaconda), la frizione mackinderiana tra heartland e rimland, la distrazione costiera e l’approccio indiretto della strategia militare anglosassone, e antichissima, nel proteiforme e eterno dualismo tellurico-marittimo, e nemmeno a questo si esaurisce. Se è vero che l’anglosfera (gli USA con la loro eredità anglosassone negli affari militari, diplomatici e nell’autorappresentazione) era naturalmente predisposta, forse per le determinanti geopolitiche (ma sarebbe stato lo stesso se fosse stata frazionata in diverse entità statuali? Problema storico difficilmente dirimibile), a giocare un ruolo primario in una lotta mondiale per la dominazione, è pur vero che questa lotta cambiò forma con il crollo dell’Unione Sovietica, e si impostò nei termini uni-multipolari dei quali parliamo oggi. L’ascesa della Cina sulla scena mondiale non rappresenta solamente il recupero rapido che le nazioni possono vivere dopo il superamento di una gravosa fase coloniale, ma anche una diversa interpretazione del problema della liberazione politica e sociale dei Popoli. Non è falso che il Capitale, nella sua ultima fase speculativo-finanziaria, sia anche il vero motore dell’unipolarismo occidentale come teoria in movimento, ma ogni risposta marxista che il grande gruppo di lavoro partitico-collettivo della Cina ha dato al problema dell’accentramento è stata di decentramento sulla base del principio di nazionalità. Se il socialismo in un solo paese di staliniana memoria ha portato sia all’estensione geografica del concetto di “paese” che alla formazione di una strategia improntata al confronto diretto con un nemico uguale e contrario, con tanto di incursioni nel campo nemico di agenti provocatori, movimenti di opinione e di dissenso, compagni di strada e partiti amici, il ruolo storico che la Cina ha assunto nella fine della Guerra Fredda rappresenta uno dei paradossi per i quali la storia è celebre nel suo procedere per scarti, ricompresi solo a monte in una linearità logica maggiore. Mentre la storia sembrava premere alle porte della Cortina di Ferro, alle sue spalle si preparava una riformulazione strategica. E quindi la fine del Patto di Varsavia, dell’Unione Sovietica, del comunismo in Europa e forse anche delle ideologie hanno preparato la strada a un altro tipo di progetto. Molti autori avevano già ipotizzato all’inizio del XX secolo, e di fronte alla necessità storica dell’unificazione europea, la ridefinizione del mondo in grandi spazi geografici, dotati di sovranità politica. In un certo senso anche ogni europeista del Novecento può essere considerato un antesignano del multipolarismo. L’esistenza di grandi spazi geopolitici, già concepiti come imperi geografici all’inizio del secolo precedente, sembrava un punto di arrivo storico necessario data la necessità di risorse tra le più varie che il mondo della tecnica pretendeva. Epperò la questione del ritorno sulla storia dei “popoli giovani”, che prima della previsione di Spengler già si incarnava nella Rivoluzione d’Ottobre come momento di autocoscienza politica degli Slavi, dei Tatari, del mondo islamico oltre che del proletariato (popolo-mondo ancora più giovane, perché nato con la rivoluzione industriale), superava di gran lunga qualsiasi opzione di mera appropriazione coloniale delle risorse da parte di imperi unicamente colonizzatori o dall’esistenza di un solo impero mondiale, verso una ricomprensione del problema su altre basi. Come scriverà Carl Schmitt, era necessario un Trattato di Westfalia su scala mondiale per preservare i Popoli dall’annientamento che la tecnica industriale e l’economia capitalistica avrebbero causato. Questa tesi, in parte ricompresa nella necessità della federazione umana comunistica dal Blocco Est, già proponeva un’alternativa “multipolare” al problema di un certo tipo di globalizzazione, con la differenza della pluralità o singolarità degli stati che avrebbero composto la mappa del mondo. Eppure, sempre con Schmitt, non è possibile pensare alla politica senza riflettere sulla molteplicità e sulla sua ricomposizione dialettica nell’unità. Uno stato ne chiama un altro a fronteggiarlo, e non c’è uni-versalità senza la forza dialettica chiamata a rovesciarla. Da qui il bipolarismo, stato di cose non proficuo se non in termini schumpeteriani di maggior sviluppo tecnico competitivo. In diretto collegamento con i pensatori dell’unità europea, nella Guerra Fredda qualcuno pensò alla necessità di scardinare il confronto bipolare, in nome di una spartizione in sfere di influenza limitate e equidistanti. Non solo Schmitt la opporrà alla globalizzazione liberale dei diritti dell’uomo (astratto-universalistico), ma Heidegger comprese bene come una terza forza politica, in questo caso l’Europa, avrebbe scardinato il dispositivo di annientamento che la tecnica aveva organizzato su scala mondiale nella corsa illimitata agli armamenti, o allo sviluppo economico consumistico finalizzati all’estensione delle possibilità predatorie delle risorse dei Paesi colonizzati (nel caso del Blocco Ovest), reindirizzate poi nuovamente alla suddetta corsa agli armamenti. Quest’ultimo fenomeno peraltro è ancora in atto da parte dell’Occidente (e in determinate forme anche da parte dei competitors multipolari, che “vendono” sul territorio occidentale per l’appunto, nell’ambito di una guerra geoeconomica), non essendo ancora terminata la fase consumistica del periodo capitalistico, ma avendo unicamente cambiato forma verso una maggiore immaterialità con il riassetto progressivo dovuto alla crisi economica. Queste tendenze europee trovarono subito un riscontro effettivo nelle politiche internazionali della Cina e nella sua teoria nazionalcomunista plurale e terzomondista. Il Movimento dei Non-Allineati definì un abbozzo della teoria, sperimentando anche le pratiche di sviluppo alternativo con modelli diversi di scambio e rapporti internazionali, in cui si potesse prescindere dall’egemonia monetaria occidentale (elemento principale di dominio politico e, come abbiamo detto, di predazione economica, come per i tempi delle am-lire) e dai diritti umani per come intesi dal mondo occidentale (vale a dire l’estensione del dominio dell’antropologia individualistica). Chi teorizzava all’epoca l’alleanza Europa-Terzo Mondo non solo comprese come l’allargamento del dominio liberale-capitalistico aveva spostato il baricentro del Primo Mondo dall’Europa oltre l’Atlantico, ma che per l’appunto il dominio coloniale si era trasmutato nell’ambito di un altro e diverso principio di dominazione. I vecchi stati coloniali non solo erano stati sorpassati da nuove forme di aggregazione imperiale, fino ad una ridefinizione del concetto di impero superante – forse solo in termini teorici astratti e non pratici – il dominio degli stati nazionali e quindi l’imperialismo per come concepito da Lenin, ma adesso il dominio internazionale del capitale prima multinazionale e trustistico, poi finanziario non si poneva più sullo stesso piano di una Francia che perdeva l’Algeria. Come per Gramsci era necessaria un’alleanza tra braccianti del meridione e più avanzati economicamente operai industriali del nord, così un asse politico tra potenze subordinate, seppure a livelli diversi di subordinazione, era necessario. La catena della dominazione poteva – e può – essere spezzata solo dall’unità degli intenti politici delle forze in campo.

Oggi viviamo in una fase di transizione che vedrà il superamento del sistema unipolare. Gli Stati Uniti sono una forza politica stanca, prossima al tracollo interno, con un’economia in seria difficoltà di fronte all’ascesa cinese, la cui propensione illiberale alla pianificazione paga bene, e con una proiezione internazionale sempre minore a causa di una ridefinizione dei rapporti di forza, proprio in virtù dell’ascesa di nuovi attori regionali, alcuni dei quali direttamente competitivi, altri ancora alleati ma con un’agenda autonoma sempre più esplicita. Questa fase segnerà la fine dell’Impero Americano, salvo una ristrutturazione drammatica che potrebbe avvenire (ma è anche solo difficile immaginarlo, considerati i mezzi bellici devastanti a disposizione degli stati) solo con la guerra. Il punto però è comprendere che l’alternativa plausibile non è solamente quella multipolare. Il multipolarismo non è sinonimo di molteplicità dei centri di orientamento di un capitale ormai frammentato, redistribuito non da un’autorità superiore ma da una spartizione del bottino di un futuro sacco di Washington. Non è nemmeno la salvezza del sistema capitalistico internazionale in un mercato globale fluido, in cui le frontiere potrebbero rimanere rigide alle persone ma permeabili ai flussi di denaro. In quel caso si dimostrerebbe come, al livello più alto, anche gli USA sarebbero stati una struttura politica socialmente infettata dal parassitismo economico, sfruttata quale piattaforma militare e strategica in senso lato. Il multipolarismo deve essere – e in una certa misura già è – una teoria precisa delle relazioni internazionali, fondata su alcuni fondamenti antropologici condivisi e una concezione specifica e nuova del diritto. Il multipolarismo dev’essere non solo la presa d’atto, ma l’affermazione del superamento della coincidenza tra Stato e Nazione, per la salvezza di entrambi questi concetti a livello mondiale. Il mondo multipolare o concepirà i grandi spazi geopolitici non come una necessità di tregua nella lotta intercapitalistica, né come mere sfere di influenza politica di stati più forti (com’è in questa fase anche detta policentrica), ma come veri e propri habitat di civiltà, in cui le nazioni possano sussistere attraverso la pianificazione strategica superiore – cioè politica – delle risorse, o non sarà. In questo processo verrà in aiuto la memoria storica e mitica delle grandi civiltà. Il multipolarismo nemmeno sarà se non ripenserà anche il sistema economico mondiale, e come detto dovrà farlo secondo il principio di amministrazione razionale delle risorse. Il livello minimo per amministrare politicamente e razionalmente le risorse rimane quello del grande spazio geopolitico. Come nel XX così nel XXI secolo.

Questo il futuro auspicabile per l’Europa, che dovrà acquistare, in questa difficile fase storica, un’autonomia che ancora non gli è garantita all’interno della sfera di influenza atlantica, che continua a perpetrarsi con la presenza militare statunitense sul suo territorio. Una disconnessione dell’Europa dalla maglia strutturale economica e militare statunitense sarebbe un momento rivoluzionario per il mondo. Permetterebbe l’unità politica europea, già negata dai tempi dell’influenza atlantica sul partito funzionalista che ci ha impedito fino ad oggi una coesione continentale reale, consentirebbe il riallacciamento tra heartland e rimland macrocontinentale in termini non di subordinazione ma di equità e rapporti pacifici (coperti comunque dal mutuo armamento nucleare, che rappresenta realisticamente un’assicurazione sulla vita di ogni suo detentore), quindi una ridiscussione del ruolo mondiale dell’anglosfera, costretta alla richiusura proficua per essa stessa nei propri limiti spaziali, quindi in ultimo e probabilmente salverebbe gli stessi Stati Uniti dal declino manifesto che gli si sta preparando. Non ultimo, il rapporto privilegiato che l’Europa potrebbe gestire con l’Africa garantirebbe uno sviluppo di un continente di cui ancora oggi non conosciamo le reali e profonde potenzialità. Per questo “Il mondo verso un futuro multipolare” è un congresso organizzata in Europa con intellettuali mondiali. Riteniamo che l’Europa sia davvero uno dei nodi principali da dirimere per una transizione politica mondiale. Non solo difendiamo la sua cultura storica, ma riteniamo che essa abbia un futuro da proiettare sul mondo. È l’Europa che ha superato l’eurocentrismo. Una Westfalia mondiale sarebbe, in un proficuo paradosso, una negazione dell’eurocentrismo omogeneizzante liberale e un’estensione del dominio di una concezione europea (ma in fondo comune a tutti i Popoli, sebbene declinata diversamente in ogni episteme), che è quella di equilibrio. Qui l’ultima questione: questo equilibrio potrà essere più o meno stabile, a seconda di come il multipolarismo potrà concepire la statualità, che in fondo è anche la cultura dell’organizzazione e il modo con cui essa è spiegata e giustificata. Se ogni polo dovesse essere uno spazio, seppure permeabile, non sarebbe superato il problema della guerra, che pure non è completamente dirimibile, essendo la conflittualità la possibilità estrema che il linguaggio porta con sé. Il bilanciamento delle potenze renderebbe impossibile la guerra mondiale e la guerra tra grandi spazi, limitando il conflitto a determinate possibilità minori, ognuna delle quali escludente la possibilità delle guerra illimitata. Oppure, ogni civiltà potrebbe trovare a un livello più alto un punto di raccordo interpretativo, a cui la filosofia potrebbe portarci nella scoperta di cosa sia l’uomo radicalmente. Domanda che non avrà mai una risposta definitiva né una fine dialettica, ma che può finalmente arrivare a una prima approssimazione paradigmatica, nel raffronto totale dell’umanità. L’approfondimento della natura comunitaria dell’uomo sarebbe il fondamento di questa possibilità, e il comunitarismo è ciò che l’Europa può ancora una volta donare al mondo, quale interpretazione filosofica della natura umana a ogni latitudine. Una federazione autentica, senza salti logici che la giustifichino a vantaggio di un’episteme o di un’altra, potrebbe essere il nostro destino. A quel punto il problema del conflitto potrebbe essere risolto come suggerito dalla Rivoluzione Conservatrice nell’agone, nella sfida e nella gara, e come nel marxismo, nel superamento delle limitazioni materiali della vita umana. Oppure, nella lotta interiorizzata dell’uomo ai suoi limiti. Ma forse parliamo dei prossimi mille anni.

Orazio Maria Gnerre