Pensiero critico e miseria sociale nell’Inghilterra industriale

Thomas Pollock Anshutz, Il mezzogiorno dei lavoratori siderurgici

 

La prima rivoluzione industriale, tra i grandi processi di trasformazione sociale, è probabilmente quello più controverso e discusso: nei primissimi anni, come un secolo dopo, come ai nostri tempi permane un acceso dibattito su cosa sia andato perso e cosa sia stato guadagnato quando l’economia iniziò a prendere piede maggiormente nella vita quotidiana, e quando gli uomini iniziarono a “servire” la macchina, piuttosto che servirsene. Storici, economisti e politologi si sono interessati e si interessano al fenomeno e allo studio delle sue conseguenze, ma per quante parole vi siano state spese resta difficile tirare un giudizio assoluto sui processi di trasformazione della rivoluzione industriale, anche perché purtroppo è naturale prerogativa di un fenomeno così complesso e articolato sollevare nuovi interrogativi praticamente ogni volta che un nesso logico viene apparentemente chiuso. Benché naturalmente le conseguenze dell’industrializzazione furono di portata globale e le trasformazioni sociali avvennero, in periodi diversi, in ogni paese che evolveva la sua economia sviluppando un sistema industriale, in questo articolo ci si riferisce specificamente a ciò che avvenne nell’Inghilterra, e a quelle che furono le motivazioni determinanti la nascita di quei movimenti, quali i distributisti, che più che essere abbagliati dai progressi, denunciarono ciò che andava perso.

Uno dei grandi paradossi della rivoluzione industriale, forse il più significativo dal punto di vista delle conseguenze, che fu per altro molto ben analizzato dagli economisti del periodo, ma che non ha trovato soluzione (o almeno una risposta provvisoria) fino al 900 è stato come fosse possibile che, all’aumentare costante dei salari (beninteso che si parla di flessioni minime e dilazionate in ampio arco temporale), ovvero del potere di acquisto dei lavoratori, si accompagnasse una esponenzialmente maggiore percezione della condizione di miseria dei poveri. In definitiva, come era possibile che i poveri, seppur materialmente meno poveri, fossero sempre più poveri?

La risposta, vederemo meglio in seguito, è da ricavarsi nella condizione di completa subordinazione dei beni a dinamiche di mercato sempre più integrate tra i livelli locali e quelli nazionali, ma la precarietà che questa condizione portava con se ebbe anche l’effetto di brutalizzare la società in una misura che, e qui incontriamo un secondo grande paradosso, era ben più cinica e spietata delle strutture feudali preesistenti. Di fronte allo sfracello sociale, e sopratutto di fronte al paternalismo della società inglese dell’800, che come è noto viveva una fase di forte moralismo puritano nelle apparenze, grande fu lo sdegno dei pensatori, sopratutto di quelli che provenivano da un retroterra religioso, che identificavano la morale non nel giusnaturalismo ma nelle dottrine di fratellanza espresse nella fede religiosa. Essi opponevano al cinico individualismo economico una forma sociale solidale e basata sulle comunità, al liberismo del laissez faire una serie di modelli economici che irrobustissero il controllo dello stato sull’economia (e qui si vanno a collocare le prime teorizzazioni del corporativismo) oppure che riducessero la dipendenza e la vulnerabilità dei cittadini rispetto alle flessioni del mercato. È tra queste ultime che si va a collocare G.K. Chesterton e il Distributismo, un movimento intellettuale che si proponeva la creazione di una forma societaria un cui fosse vigente una più equa distribuzione della ricchezza derivata dal lavoro, e parallelamente i mezzi di produzione fossero allocati secondo uno schema comunitario che noi, col nostro punto di vista a posteriori, potremmo definire nell’ottica della creazione di un tessuto economico di cooperative industriali e agricole.

I progetti distributisti, esattamente come le altre teorie di costruzione economica alternative al liberismo, non ebbero tuttavia modo di potersi adeguatamente sviluppare, essendo sostanzialmente troppo premature rispetto ai tempi, ma per comprendere appieno l’importanza e la serietà che hanno le proposte distributiste e la visione di Chesterton, così come su quali basi poggiassero bisogna prima indagare su alcune peculiarità della storia inglese.

Durante l’Alto Medioevo il regno d’Inghilterra è infatti caratterizzato dalla presenza, documentata nel Domesday Book, di una insolitamente numerosa fascia di coltivatori indipendenti, che sono quindi legati direttamente alla corona e alle istituzioni del governo e civiche piuttosto che alle realtà feudali del continente, e che la corona stessa protegge di fronte alle forze economiche del periodo. Questo può sembrare poco importante agli occhi di un contemporaneo, ma nel Medioevo il possesso della terra è il primo e più importante discriminante tra un uomo libero e un servo, dunque l’esistenza di un grande numero di contadini indipendenti va di fatto a tradursi in uno dei fattori fondamentali che stanno alla base delle peculiarità differenti della storia e della società inglese rispetto a quelle continentali. Tanto per fare un esempio banale l’esistenza di questa classe, una vera e propria anomalia temporale in anticipo di secoli rispetto alla progressiva tendenza continentale di ridurre il peso e l’estensione del servaggio, stava a significare che l’esercito inglese della metà del 1300, un’armata feudale in cui gli equipaggiamenti sono a carico degli stessi soldati, presenta una maggiore proporzione nel numero di soldati di fanteria, o cavalieri leggeri, sulla cavalleria pesante ( tradizionalmente l’arma della nobiltà feudale). La fanteria fu determinante nelle vittorie di Azincourt e Crécy e trasformò una sfortunata incursione in un conflitto centenario che coinvolse politicamente quasi tutta l’Europa. Tutto questo, estremizzando, per merito di un contadino proprietario della sua casa e del suo campo. Nello stesso modo è anche possibile trovare le radici della filosofia politica liberale propriamente inglese di autori come Burke e Locke in questa peculiare stratificazione: al di là delle nettissime considerazioni di sciovinismo anglocentrico, identificare l’unità politica fondamentale, il votante, con i proprietari era certamente più semplice e concretizzabile laddove questi erano diffusi, piuttosto che in una società dove il possesso della terra era quasi esclusivamente concentrato nelle mani della nobiltà e di grandi proprietari.

Il Cottage come realtà ebbe 600 anni per sedimentarsi e svilupparsi prima che le trasformazioni dell’economia garantissero agli interessi della Gentry una forza tale da far passare completamente in secondo piano la questione della protezione dei piccoli agricoltori: con la promulgazione delle Enclosures Laws, la legislazione che regolamentava le procedure di recinzione del 1773 si scelse di privilegiare i diritti dei grandi possidenti terrieri a scapito dei proprietari di piccoli appezzamenti sparsi (la forma naturale generata da secoli di eredità e ridistribuzioni tra contadini) e sopratutto di quanti coltivavano le terre demaniali che in breve tempo furono strozzati economicamente, costretti a vendere le loro proprietà e a emigrare verso le aree urbane. Con la liberalizzazione nel cambio di destinazione demaniale, ovvero il via libera all’abbattimento delle abitazioni i cottages divennero nulla più che un amenità folkloristica in una campagna che ormai era sulla via dell’industrializzazione. Certo, storicamente una ristrutturazione del panorama agricolo è stata imprescindibile rispetto ai grandi cambiamenti economici, e praticamente ogni paese europeo ebbe la sua stratificazione di corpi legislativi e riforme sociali atte a far transitare l’agricoltura da una misura umana ad una industriale: la riconversione agricola dopo le grandi pestilenze, così come la stabilizzazione dei flussi commerciali del grano sono esempi relativi alla stretta materialità, mentre naturalmente l’abolizione del servaggio ne è la più importante espressione sociale. Tuttavia ciò che rende la distruzione della classe dei contadini medi in Inghilterra più drammatica e rilevante rispetto, ad esempio, a quanto avvenne in Francia è, oltre alla già citata antichità e rilevanza culturale dell’istituzione, principalmente il fatto che questi nuovi “proletari” si trovarono incastrati nel gioco politico di equilibrio tra le istituzioni tradizionali e le forze economiche in piena e traumatica trasformazione della Rivoluzione industriale. Nell’arco di poco più di una generazione la vita rurale del paese fu sconvolta da un’ondata di dilagante miseria tra gli ex poveri e relativamente benestanti, che ora erano diventati completamente indigenti: i piccoli agricoltori erano divenuti salariati agricoli, il che voleva dire innanzitutto che l’esubero di forza lavoro disponibile rispetto alla richiesta era condannato a emigrare, al crimine, al vivere di espedienti oppure a venire inglobato in quelle strutture paternalistiche di sfruttamento del lavoro coatto che erano le workhouses. Per i più fortunati, quelli che riuscivano a trovare lavoro, l’eventuale aumento della base economica garantito dal pagamento del salario era abbondantemente controbilanciato dalla perdita di resilienza, di parziale indipendenza, rispetto al mercato: bastava una crisi economica, un rincaro inatteso di un bene alimentare fondamentale o semplicemente la malattia di uno dei componenti, per gettare nell’incertezza e spesso nella lotta per la sopravvivenza, un’intera famiglia.

Per quelli che, invece, emigravano nelle aree industriali la realtà fu peggiore non solo nella misura in cui il maggiore costo della vita rispetto alla campagna rendeva più arduo sopravvivere anche quando si aveva lavoro ma, inoltre, non appena la disponibilità di forza lavoro iniziò a saturare la domanda, le procedure di impiego irregolari (ovvero la tendenza a chiamare i lavoratori a giornata senza qualcosa che potesse anche solo essere assimilabile ad un’assunzione) si aggiunsero come un ulteriore peso che gravava rispetto alla precarietà della condizione dei lavoratori. “La grande trasformazione” aveva cambiato la natura della società in una maniera peculiare e drammatica: affianco alla discriminazione giuridica di ceto, si impose con forza una brutalizzazione paternalistica a danno dei poveri. Nella percezione generale i mendicanti e i viandanti divennero accattoni e nullafacenti, le pratiche di carità dirette vennero condannate quali azioni quasi contrarie al “giusto” ordine mondiale (naturalmente con l’eccezione di quelle che garantivano visibilità e prestigio sociale).

Che il malessere sociale fosse evidente a quanti possedevano l’intelligenza e la sensibilità per comprenderlo e percepirlo appare evidente nelle parole e nei pensieri dei grandi autori del periodo.

Citando Chesterton:

«Ma quando dico che la Repubblica dell’Età della Ragione è ormai una rovina, dovrei piuttosto dire che è una rovina nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore è diventata una trappola mortale, o marcescente come un letamaio. Che cos’è la repubblica dei nostri giorni, al contrario di quella dei nostri padri, se non un coacervo di vermi brulicanti e di corrotto capitalismo, traboccante di quei parassiti che sono i politici di professione?»

Ma possiamo tranquillamente chiamare in causa la contrapposizione tra il “little lamb” e la “dread tiger” di Blake, al pari di una qualsiasi delle opere di Dickens, di Mrs Gaskell o degli altri autori e autrici, che furono alle fondamenta della letteratura di denuncia; tutto ciò non si trattò ne di pochi casi isolati ne di finezze intellettuali. Nel 1795 i magistrati locali della cittadina di Speenhamland si espressero stabilendo che agli indigenti fosse erogato un sussidio aggiustato e vincolato al prezzo di mercato del pane, sancendo di fatto l’applicazione del riconoscimento di un vero e proprio “diritto alla vita”. Naturalmente una misura di welfare così rivoluzionaria (basti pensare che è attuale ancora oggi al punto da aver fatto la fortuna di un movimento politico), applicata ai metodi di produzione e alle tipologie del lavoro del periodo si risolse in un completo disastro, disincentivando immense fasce della popolazione, che potevano agevolmente sopravvivere con il solo sussidio, dall’andare alla ricerca di un impiego salariato. Al di là delle considerazioni economiche, che ci dimostrano come il semplice sussidio sia insufficiente se non integrato in robuste e radicali riforme strutturali, il dato rilevante ai fini di questa analisi è quello sociale, ovvero la considerazione su quanto la contrazione del numero di possidenti terrieri, incipit della trasformazione sociale segnata dalla ricchezza come indicatore, avesse inesorabilmente trasformato il parlamento inglese in una torre d’avorio molto distante da quelle che erano le problematiche della periferia. Non è un caso che le misure di Speenhamland, un provvedimento giudiziario, si siano diffuse a macchia d’olio nelle zone rurali del paese, mentre per abrogarle sia stata emanata una legge dalle camere di governo a Westminister.

D’innanzi alla plutocrazia imperante della “grande trasformazione”, in ultima analisi la peggiore derivazione di quello che avrebbe invece dovuto essere il secolo (mi si passi la locuzione allargata al periodo tra la fine del 1700 e quella del 1800) in cui l’umanità sarebbe stata riforgiata dalla ragione e dall’illuminismo, molti cercarono di opporre dottrine di ordine sociale, ma tuttavia la terribile contraddizione insita nel dover contemporaneamente difendere sia la santità politica della proprietà privata, sia il sistema politico che aveva consentito che essa andasse impunemente a concentrarsi nelle mani di pochissimi, in ultima analisi segnò la debolezza delle argomentazioni di quei pensatori e politici, quali Burke e Coleridge, che cercavano un liberismo organicista ancorato fortemente alle strutture sociali e politiche inglesi.

L’impossibilità di imporsi sulla spietata logica del profitto e della crescita economica da parte delle istituzioni tradizionali, e sopratutto con i mezzi civili del dibattito e della partecipazione democratica sarà ciò che spingerà la riflessione sociale verso le idee rivoluzionarie socialiste e anarchiste, che faranno della rivalsa dei poveri e degli sfruttati la loro missione, trovando però nella violenza sovversiva l’unico modo di superare un sistema.

Di Andrea Giumetti