In un mondo che tende sempre di più ad una visione multipolare, non può che essere l’approfondita e genuina conoscenza reciproca l’unico strumento cui avvalersi nel rafforzamento di quel grande ponte culturale che storicamente unisce l’Asia all’Europa, che naturalmente rappresenta ben più di una semplice equazione di rapporti economici.

Il convegno “La Cina dopo il XIX Congresso e la prospettiva dei rapporti sino-italiani nella nuova era” che si è svolto l’8 Novembre nella prestigiosa cornice della sala Poussin della Galleria Doria Pamphilj ha visto interessanti personalità della sfera politica e della cultura accademica italiana, tra i quali il Pres. Romano Prodi, già Presidente del Consiglio, l’On. Marina Sereni, Vice-Presidente della Camera dei Deputati, il Pres. Francesco Rutelli, già Vice-Presidente del Consiglio e l’Ambasciatore della Repubblica Italiana in Cina Riccardo Sessa, coadiuvati dall’autorevole presenza dell’ambasciatore cinese Li Ruyu, intervenire proprio in questo ambito, in particolare con la presentazione de Il Socialismo Prospero, saggi sulla via cinese (Novaeuropa 2017), introdotto dall’autore, Fabio Massimo Parenti, edito in collaborazione con l’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese.

La Cina contemporanea infatti tende a sfuggire alle etichette e alle catalogazioni che economisti e giornalisti amano appuntare: si tratta di un classico paese socialista o di una potenza finanziaria? Di un paese pacifista impegnato solo nella ricerca del profitto, di un impero ancora in fase larvale o di una nazione forte e indipendente? La realtà è che la Cina ha saputo sviluppare un suo originale paradigma, le cui effettive potenzialità ci sono ancora sconosciute.

La guida del partito, che ha tenuto efficacemente sotto controllo il mercato senza tuttavia strozzarlo, ha saputo garantire uno sviluppo interno che non solo ha lanciato il paese nel nuovo millennio, ma ha modificato radicalmente gli assetti produttivi europei, costringendoci ad evolvere la nostra industria nella direzione della maestranza altamente qualificata, poi le risorse indispensabili per rendere attuabile e prospera tale trasformazione. Ma nel trattare di relazioni internazionali non ci si può fermare alla sola economia, per quanto sia ovviamente un tema importantissimo: i rapporti sino-italiani sono fatti anche di migliaia di giovani studenti cinesi che imparano la nostra lingua attratti dalla nostra cultura, che vengono a studiare architettura e filosofia nelle nostre università, che studiano la musica e si diplomano nei nostri antichi conservatori, che popolano e alimentano la vitalità delle nostre accademie, toccando con mano la pietra marmorea, il cuoio conciato e i tessuti che hanno reso la produzione artistica italiana la bandiera di quanto di meglio può nascere dal nostro paese. Ma non è finita, poiché con i capitali nell’industria, e con questa “gioiosa orda” di menti e anime è nata in noi una curiosità, un’apertura e progressivamente una fiducia rispetto non solo alle comunità cinesi in Italia, ma rispetto alla Cina stessa. E rapidamente, dopo la curiosità e arrivato anche il rispetto.

L’intervento del Pres. Romano Prodi.

Con la chiusura del XIX Congresso il segretario Xi Jinping è riuscito a radunare a se il consenso necessario (nonostante per farlo abbia dovuto rinunciare ad alcuni dei suoi collaboratori) alla creazione del grande progetto della Nuova Via della Seta, che ha inaugurato una nuova stagione di rapporti diplomatici nella zona euroasiatica. Nel prossimo futuro le trade routes influenzeranno profondamente non solo lo sviluppo economico dei paesi che saranno attraversati, ma probabilmente anche la situazione politica, favorendo il classico stimolo nella vita pubblica che si verifica quando appaiono nuovi attori referenziali sulla scena internazionale.

Le Nuove Vie Della Seta, assieme alle aperture progressiste rispetto alle condizioni di lavoro, ai recenti impegni presi dal paese nella conferenza sul clima di Parigi e alla politica di sviluppo e cooperazione con i paesi africani, probabilmente segneranno l’inizio di una nuova fase di sviluppo e benessere per i cittadini cinesi: sviluppo non selvaggio, arrivista ed incontrollato ma più armonico e a misura d’uomo, relegando sempre più al di là degli oceani la follia dell’assolutismo finanziario neoliberista. Non si tratterà tuttavia di un “secolo cinese”, come si ebbe a dire in un eccesso di autocompiacimento anglosassone per il XX “secolo americano”, ma probabilmente di un “secolo delle comunità”, plurale e dialogico.